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Scombussolati

Che ne sappiamo noi di nocche che s’intrecciano

di dita che s’avvolgono

in un pugno o una corazza per proteggerci il viso

da sguardi blindati per non vedere oltre.

Lo spesso smalto sulle nostre labbra che incorniciano bocche di bronzo

in noi che non imbocchiamo mai la strada giusta, maestra,

in noi che preferiamo dar da mangiare ad altri pover’ uomini

che marciscono su marciapiedi, ma distesi.

Sterziamo e andando oltre scherziamo

sbandiamo qua e là ubriachi di cieli sporchi che ci riempiono

la bocca, scendono in gola, ci tempestano dentro,

non siamo diamanti, noi siamo teppistelli

attempati pipistrelli indiavolati nella notte

che con le nocche ci scambiamo forze

pugnalando altre porte con i propri pugni

bussando forte forte, sfondando e perdendoci

oltre quelle porte senza portare la bussola

vagando altrove teneramente scombussolati.

Senza bussare, aprire sempre senza bussare,

agli altri cuori che incrociamo per le dita

per questo le nostre nocche adesso

sono ricoperte di sangue caldo.


Ammarare

Siamo terre lontane, amareggiate,

siamo come scoli, inascoltati.

Ci attraversiamo come strade all’incrocio

senza fermarci mai con gli occhi

siamo come poli negativi, ci appollaiamo

sui nostri allori fatti d’argento,

culle disfatte da bambini, adesso noi adulti

galleggiamo in queste amache nell’aria

con i nostri ammacchi sulla pelle

scordandoci  gli ammiccamenti all’incrocio

su per quella via dove vedemmo anche Gesù

inchiodarsi coi freni delle mani alla croce

con il nome in testa di Amore e Re.

Fuggiamo via, amareggiati, come mari lontani.


Il primo giorno dell’anno

Un anno senza braci e senza abbracci, un anno senza fuochi e senza ustionati, la mia pelle è ancora intatta e tesa,

come se dalle mani rivolte verso l’altro esprimessi calore tenue che si alza in alto

fuochi fatui si disperdono lungo il cielo tra l’altro e l’alto

non mi perdo vago oltre senza rompere alcuna breccia nel cuore altrui

innalzo la muraglia di un nuovo anno dove mi arrampico per saltare

perché è comunque altrove che devo stare

un giorno ti raggiungerò ovunque ti saprò riscoprire

per farti una sorpresa saremo ciò che siamo stati da bambini

di nuovo nudi a leccarci la pelle come animali feriti

da una freccia che ha fatto breccia altrove dal cuore

qualcosa che ci ha feriti quasi a morte

oltrepassa questa carne va al di là, in qualche punto dell’ignoto

vaga come un treno, vaga come un vagone di merci contraffatte

sono tutti i baci rubati dell’anno, illegali e sperduti

che finiranno gran parte nell’immondizia

Saprò io cogliere il tuo incontrandolo con le mie mani che aspettano la pioggia?


Lorena come un fiume

Lorena correva con la testa dritta e le mani tese in basso,

io dissi a lei di darmi una mano

Lorena mi dette una mano da tenere per mano

Un passo, due, quattro, camminavamo insieme sulla strada

Con le mani in mano, piuttosto che mano nella mano,

Volevo percorrerle i fianchi con le braccia mie

Lorena che correva più veloce

Su una strada così deturpata,  lei così precoce

Avrei voluto metterle un orecchio sulla pancia

Ascoltare che più sopra era viva

E Lorena correva e inciampava, Lorena andava e non tornava

La tenevo per mano, ma il braccio mi strappava

La pelle si spezzava mentre Lorena si buttava via

Rimase sull’erba a lungo da poterla osservare

Entrare nei suoi occhi chiusi per scoprire i sogni suoi

Di quand’era ancora viva e camminavamo mano nella mano

Lorena era andata via, mi era sfuggita di mano

Cercavo i desideri suoi che aveva sparso su quell’erba

C’era di tutto su quel prato che brillava

La sua bocca semi aperta, le labbra ancora così calde

Lorena era andata via

E mai più sarebbe tornata mia.

Con un po’ di fiato corto le dissi addio.

La sua bocca era ancora calda e rossa.

Lorena era trascorsa come un fiume,

lungo il mondo la sua vita.


l’illusione è che tu semplicemente
stia leggendo questa poesia.
la realtà è che questa è
più di una
poesia.
questo è il coltello di un accattone.
è un tulipano.
è un soldato che marcia
attraverso Madrid.
questo sei tu sul tuo
letto di morte.
questo è Li Po che ride
sottoterra.
no, non è una dannata
poesia.

è un cavallo che dorme.
una farfalla dentro
il tuo cervello.
questo è il circo
del diavolo.
e non la stai leggendo
su una pagina.
è la pagina che legge
te.
la senti?
è come un cobra.
è un’aquila affamata
che sorvola la stanza.

questa non è una poesia.
la poesia è barbosa,
ti fa venire
sonno.

queste parole ti incitano
a una nuova
follia.

ti ha toccato la grazia,
sei stato spinto
dentro una
abbacinante regione di
luce.

adesso l’elefante
sogna insieme
a te.
la volta dello spazio
curva e ride.

adesso puoi morire.
tu puoi morire adesso come
si doveva morire da uomini:
grande,
vittorioso,
con l’orecchio alla musica,
essendo tu la musica,
che romba,
romba,
romba.

Charles Bukowski


Assentarsi nella presenza

Le mie sono momentanee assenze dal mondo,
salto dalla mia presenza ad altre presenze,
mi assento un attimo per dichiararmi profondo,
e poi laggiù iniziare a gridare che mi manca l’aria
la polvere delle stelle che vorrei respirare più in alto
dal pozzo profondo verso la luna che vi è riflessa,
essere il desiderio di molti, quella monetina
lanciatavi per un desiderio di altri
accontentare, soddisfare, regalare,
e mai che un giorno riuscissi a darti a te stesso.
Una manciata d’aria, un pugno di farfalle,
un amore che strenuo continua a non esistere,
e lo invochi come se fosse un Dio di cui
conosci benissimo la non esistenza.

L’uscita dal pozzo si trova all’interno del secchio.
Del secchio legato ed appeso alla luna.
Un vecchio prima o poi mi tirerà su
oppure dovrei imparare a schizzare in alto
veloce come uno sparo, mirato bene contro
un telo d’acqua riflesso di stelle
così per rompere un sipario del sogno,
e ritrovarsi di nuovo in un circo di vita,
in un giro di vite, in un mercato nero,
in una vita illegale.


Nuvole e paglia

Navighiamo tra le nuvole, noi con le nostre teste di piombo
siamo pesanti, a volte troppo pensanti
con i nostri sogni troppo d’oro
talmente ricchi che potremmo rivenderli a cacciatori di perle
oggi non ho la lucidità di una volta
ho sempre la testa per aria e gli occhi puntati giù
qualcuno pensa sia uno scoppiato
perché qualcosa mina alla mia volontà
qualcosa ha attentato alla mia vita
è che in realtà a volte mi sento un fuoco artificiale
piuttosto che un vago fuoco fatuo.
Mi accendo e poi mi spengo.


Incontri

In quella stanza dalle pareti gialle
con l’attesa pendolante nel mio petto
quel lungo letto nostro fiume
i tuoi passi che non arrivano mai
il silenzio dentro e fuori
noia e nostalgia anche se eri più vicina
per certi versi più piccina
con la tele accesa e i giornali buttati lì
finalmente i tuoi tacchi sui rivoli della pioggia
i tuoi occhi nervosi e timidi
su quella poltroncina dove accavallavi le gambe
imbarazzo o ripiego eri lì
e con un bacio ci siamo reincontrati.

La pioggia cadeva incessante
eravamo di nuovo noi
ma con le menti distanti eppur vicine
con i corpi accesi ma lontani.

La consapevolezza uccide
il pensiero divide, il sentire unisce
e forse ci siamo chiusi troppo
ad ascoltare altro piuttosto che
le essenze pulsanti sui nostri palmi.

Una colomba vola via nella pioggia di questa Pasqua. Dovremmo fare come lei. Volare via insieme tenendoci per mano, spostando ogni velo e tenda, uscire allo scoperto. La paura ci sta uccidendo. Lo sai quanto faccia male la paura. La paura ci rende ciechi, afflitti, pesanti, l’orrore ci paralizza. Bisogna continuare a giocare come bambini su di un prato.


La tuffatrice

Prima di salire c’era il buio. Lo ricordo.
L’ho visto, più presentito che visto.
In basso, laggiù, nel fondo.

Ho avuto paura; una volta. Le scalette
Erano ripide, attorno il vuoto, lo conoscevo,
era dentro, tra tempra e tempia,
la mia meta oscura, il fondo, ho avuto paura.

Ho rivisto quel buio, ad Atene, nell’ascensore
che sostituiva le scale, salivo
come aspirata dal vuoto sottostante.

Non era un viaggio, ma n ritorno, mi allontanavo

non so da che cosa, non fuggivo
perché qualcosa tra i glutei e il cervello
vibrava in me come dovessi ascendere
fiorando il fondo, bruciando me stessa.

Temevo l’errore, temevo l’imperfezione
che muta l’estasi agognata in morte.
Ma io volevo penetrare l’impenetrabile,
essere come ero stata nella mia origine,
senza uno spruzzo, scivolando.


Emily Bronte

Io sono l’unica il cui destino
lingua non indaga, occhio non piange;
non ho mai causato un cupo pensiero,
né un sorriso di gioia, da quando sono nata.

Tra piaceri segreti e lacrime segrete,
questa mutevole vita mi è sfuggita,
dopo diciott’anni ancora così solitaria
come nel giorno della mia nascita.

E vi furono tempi che non posso nascondere,
tempi in cui tutto ciò era terribile,
quando la mia triste anima perse il suo orgoglio
e desiderò qualcuno che l’amasse.

Ma ciò apparteneva ai primi ardori
di sentimenti poi repressi dal dolore;
e sono morti da così lungo tempo
che stento a credere siano mai esistiti.

Prima si dissolse la speranza giovanile,
poi svanì l’arcobaleno della fantasia;
infine l’esperienza mi insegnò che mai
crebbe in un cuore mortale la verità.

Era già amaro pensare che l’umanità
fosse insincera, sterile, servile;
ma peggio fu fidarmi della mia mente
e trovarvi la stessa corruzione.