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A rigor di logica (voli pindarici)

E’ già rettiera. In questo modo ha esclamato la prostituta il mattino seguente, dopo che il suo cliente le aveva chiesto: “Voglia di lavorare?” a cui lei rispose: “Saltami addosso!”.
Sono così che alcune notti vanno via per far restare dei giorni che non vanno mai in viaggio, non prendono mai ferie e che alla loro luce sulla sabbia vicino al mare e andando oltre verso gli abissi osserviamo taluni nell’impresa di trafugare montagne di dubbi accatastati uno sull’altro nelle profondità marine mentre vengono vagliati da sommozzatori di idee e cacciatori di brodo primordiale, laddove nacque (e soprattutto annacquò) la prima idea della storia, dove la gallina vecchia, anzi vecchissima venne per la prima volta cotta a puntino. Veniamo dunque da un mare salato come una minestra per poi risalire le colline e andare in montagna ed è questa la vera evoluzione dell’uomo, ci siamo evoluti spostandoci dagli ombrelloni verso gli impianti sciistici e ogni tanto ricompiamo lo stesso tragitto per sentirci di nuovo primitivi. Mai nessuno che voglia salire più in alto e volare, o saltare attraverso gli strali del cielo per giungere ad alternative conclusioni di carattere meteorologico. Al sol pensiero, mi viene in mente che alcune persone sole potrebbero vivere alla luce delle proprie idee, al sol pensiero.
Adesso tira vento e alcuni si tirano indietro, si fanno da parte, si mettono altrove, s’impiccano sui velieri, s’impicciano degli affari degli altri, c’è chi si siede agiato e chi si agita prima di agiarsi di nuovo in panchina, ci sono milioni di persone che vengono stimate in questo paese e altre che non si stimano affatto e soprattutto ci sono migliaia di persone che si sentono sismologicamente dissestate e procedendo verso altri territori troviamo persone dissetate, e qui di nuovo persone sovra-tassate, altrove persone assiderate e altrove altrove persone assetate di acqua, a volte di sangue, in altre volte e in altri archi quel che porta il convento (e non ditemi bambini).
Siamo appesi ad una fune e come funamboli cerchiamo di districarci dai fili tediosi del tempo che ci lega ma non ci porta a nord, insomma è una gran bella ragnatela quella che ci avvolge e semmai provassimo a svolgerla come il nastro delle vecchie cassette magari sentiremmo una melodiosa sinfonia di seta pervaderci la pelle come solo altra pelle sa fare senza strafare. Direi che sia quasi giunta l’ora, di ritorno da una lunghissima vacanza, in cui sia meglio darsi per vivi e non per vinti e ricominciare le proprie lotte intestine, le quali, come sempre, meglio non svolgere in bagno.


Susan Sontag: “L’orgasmo è la salvezza adesso mi amo e posso scrivere” – Spettacoli & Cultura – Repubblica.it

19 nov

L’arrivo dell’orgasmo ha cambiato la mia vita. Mi sento liberata, ma non è questo il modo giusto di dirlo. Più importante: mi ha limitato, ha chiuso delle possibilità, ha reso chiare e nette le alternative. Non sono più illimitata, e cioè un niente. 

La sessualità è il paradigma. Prima, la mia sessualità era orizzontale, una linea infinita suddivisibile all’infinito. Ora è verticale; sale e ricade, oppure niente. 

… 

L’orgasmo mi fa concentrare. Ho una gran voglia di scrivere. L’arrivo dell’orgasmo non è la salvezza ma, qualcosa di più, la nascita del mio ego. Non posso scrivere finché non trovo il mio ego. L’unico tipo di scrittore che potrei essere è il tipo che si espone… Scrivere è spendersi, giocarsi d’azzardo. Ma fino ad ora non mi era piaciuto nemmeno il suono del mio nome. Per scrivere, devo amare il mio nome. Gli scrittori sono innamorati di se stessi… e i libri che scrivono nascono da quell’incontro e da quella violenza.

Susan Sontag: “L’orgasmo è la salvezza adesso mi amo e posso scrivere” – Spettacoli & Cultura – Repubblica.it.


K di Killer

Notai che lui, con dolcezza ma risoluto, mi schiacciava contro il letto, e sentii la sua voce suadente nell’orecchio, un sussurro ipnotico che mi ripeteva di stare tranquilla, perché non mi avrebbe fatto male. A quel punto avvertii qualcosa di duro che vibrava e mi scivolava lungo la schiena. Una specie di solletico mi saliva per le vertebre. Non sapevo cosa cazzo fosse ma era evidente che non si trattava di una sega elettrica: e così decisi di rilassarmi e di godermela e, dal momento che ero ubriachissima, mi abbandonai con tranquillità e dimenticai tutto quello che non era il mio corpo. Fu una cosa dolce, calda, appiccicosa. Assaporavo in bocca delizie fondenti. Cioccolatini di desiderio fuso a cento gradi. L’aggeggio duro scendeva lungo la mia schiena e indugiava pigramente sulle mie natiche. E all’improvviso qualcosa di duro, durissimo, tanto duro da farmi male, mi s’infilò tra le gambe, ed entrava e usciva come un pistone idraulico. Solo quando l’ebbi tutto dentro realizzai che quell’arnese era un vibratore. Mi piaceva, sì. E mi faceva anche un po’ paura. Che razza di perverso era mai quello che tirava fuori all’improvviso una verga di plastica senza prima chiedermi il permesso o parlarmene? Era l’uomo che avevo sempre sognato. Quello che avrebbe fatto faville con me. Quello che non sembrava chiedere niente in cambio. Poteva anche essere l’ultimo. In ogni modo, se ero arrivata fin lì, non potevo più tirarmi indietro. E così mi concentrai sull’arnese che mi vibrava tra le gambe e cercai di convincermi che quell’attrezzo meccanico mi avrebbe fatta venire nel giro di tre minuti. Lo sentivo entrare e uscire, all’inizio  faticosamente, quindi sempre più dolcemente mentre io mi lubrificavo, e alla fine con la forza di una tempesta, sempre più potente, e profondo. A un certo punto lui tirò fuori il vibratore e lo sostituì con il suo membro, e io avvertii perfettamente la differenza tra i due stantuffi, perché il secondo era più dolce e flessibile, e non mi faceva male, e supplicai, non so bene chi, per favore, che non fosse di quelli che vengono in cinque minuti, che ci mettesse un bel po’, anche ore. Mi penetrava dolcemente e profondamente e quando arrivava in fondo lo lasciava dentro un po’ e io potevo sentire la punta del glande che mi premeva sulle pareti della fica. A un certo punto avvertii un liquido freddo e appiccicoso che mi scendeva lungo la schiena e poi sentii che lui lo leccava. Pensai che sorbisse il proprio sperma. Da quel tipo mi sarei aspettata di tutto. Ci misi un po’ a capire che si trattava dello champagne. Arrivati a quel punto avrei accettato qualsiasi cosa. Mi facevano male le braccia e le gambe, facevo fatica a respirare perché avevo la faccia schiacciata contro il cuscino, ma non m’importava. Potevo anche morire asfissiata, svenire una volta per tutte in quel letto e non mi sarebbe importato. Lui continuava a muoversi avanti e indietro. Mi teneva per i capelli. Inarcai la schiena. Lo sentii con una voce simile ad un remoto canto di sirena e diceva che voleva vedermi venire, veder come mi tremavano le gambe, come contraevo i muscoli dello stomaco, e la cosa mi eccitò tanto che sentii una corrente calda salire dal monte di Venere fino alla gola come un razzo, le viscere sciogliersi come cioccolato caldo, e cominciai a gemere, in un modo così acuto che stentai a riconoscere quella voce come la mia. Fu un gemito lungo e profondo che mi veniva da dentro, da qualche punto recondito e fino ad allora inesplorato, e tagliò l’aria come un coltello. Mi dilatavo in proporzioni oceaniche. Fu come se si aprisse una diga. Onde e onde di acqua salata mi scaturirono da dentro. Sentivo che originavo fiumi, laghi, mari… e lui avanzava faticosamente verso il mio fondo come un nuotatore che va controcorrente. E dopo ch efui venuta lui continuò a serpeggiarmi dentro, sincronizzando balletti acquatici e alla fine l’ho sentito gemere e ho capito che era venuto anche lui. Allora chiusi gli occhi, sazia, e mi addormentai quasi di colpo.
Mi svegliai la mattina dopo. Pensai che era piuttosto bello, ma neanche poi stratosferico. Avevo dormito con esemplari anche migliori. E tuttavia un pensiero mi passò per la testa come un lampo: questo sarà il padre dei miei figli.