Così sono ripartito durante la notte, mentre la nave sull’acqua scintillava nera, alla deriva stessa così come la luna al cielo e mi dondolava sullo stesso fiume statico di odori e profumi che mi lasciò la donna che incontrai dopo il volo, il salto e il decollo.
Frasi brevi della sua bocca restavano sulla mia stessa, tenui come le luci fosche riflesse del mare verso l’ondeggiare lento dello scafo. Oltre quell’oblò non vidi presto più la costa che abbandonai.
Ad ogni persona morta sulla riva, sulla flebile corsia delle esistenze, l’anima si svuota del suo linguaggio per impararne un altro pur di sopravvivere, al di sopra di ogni precarietà, oltre quello sguardo che ricordo attraversarmi attraverso, mentre con la mano stringevo un pugno di sale che scivolava via come polvere di stelle frantumate a terra.
Porta disgrazia ed è funesto. Disse lei. Ma forse era proprio per un idea opposta e contraria per cui pensavo che viceversa mi sarei perduto tra le grazie celesti da cui avrei ricevuto un abbraccio, come un involucro ovattato dove rifugiarmi dal trambusto rumoroso del soffio di vento che portava via la nave più lontano, sempre più lontano dal luogo dello schianto.
I topi che nella stiva mordevano frammenti di una pelle morta. Polvere e cenere. Come noi vi torneremo un giorno e come ne perdiamo tanta nella nostra vita.
Venivano via con me, i piccoli brandelli rimasti di quell’avventura, verso la fine delineata dal cielo e dal mare dove un tempo si pensava finisse il mondo, dove cade il sole la sera come se lì vi fosse un dirupo vertiginoso verso un inferno o forse un paradiso.
Lei continuava restò a continuare a buttarsi via, oltre lo stesso confine dello spirito. Si lasciava andare e spezzare come una lama che dovesse a tutti i costi intarsiare una roccia ma le restavano solo cicatrici sulle carni che si trasmettevano inesorabili allo spirito.
L’ultimo scoglio rifletteva labile la tenue luce del faro, poi non restò null’altro che la sola immensa distesa che mi condusse per sempre via.
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III.
A volte credo che più l’amore sia folle più sia difficile amare, più grande è l’amore più diventano grandi le distanze, ma quando queste distanze scompaiono all’improvviso, di nuovo insieme, ci si scontra come due soli bollenti e si scoppia in un turbinio di passione infinita.
Quanto più l’amore è doloroso e faticato tanta più gioia ci rende, ma quanta sofferenza ci aspetta se quell’amore ad un tratto finisse?
Su quel tratto di strada ti avevo incontrato, ricordi? Camminavi piano e un po’ impacciata verso di me, io già da lontano ti percepivo bellissima ed enigmatica, ma era il percepire dei tuoi occhi nell’aria che rendevano ogni forma di mistero una rivelazione. E’ stato subito amore senza doversi solo dire una parola. un bacio in bocca come se fosse stato trattenuto dalle onde del tempo in un pugno di schiuma sulla marea che si schianta su una spiaggia.
Tu sei stata una spiaggia, il mare, il sole. E poi anche la luna e tutte le stelle.
Rivedrò ancora, rivedrò ancora quel tuo passo goffo e imbarazzato?
[...]
Le mille luci soffuse della città di notte facevano dimenticare la luna dietro la piccola nube rosso grigiastra. La puzza delle fogne, in quel caldo afoso e dal sapore di terra malata riempiva i viottoli calpestati dai tacchi pesanti delle gente affrettata a correre la propria vita.
Io seduto sulla panchina mentre mi facevo cogliere da un colpo di sonno, decisi di rialzarmi, prima che il sonno mi uccidesse ancora.
Mi diressi di nuovo verso l’aeroporto, amavo vedere gli aerei partire di notte, mi segnavo tutte le rotte sul mio diario, avrei voluto un giorno volare per sempre anch’io tra le nuvole, sognavo di cavalcare le stelle sopra le nubi per raggiungerti ad ogni ora.
Era stata macabra quella sera. Mentre io dormivo con la porta appena lasciata aperta era entrato qualcuno, qualcuno che conoscevo davvero bene, qualcuno che non avrei mai immaginato che avrebbe potuto tentare un gesto così efferato nei miei confronti.
Adesso portavo una benda sulla schiena, il sangue era stato ripulito dall’inserviente.



