Cade oggi e si fa male. Cade sui tetti come il fuoco del sole, la pioggia di fiamme che ci accende e c’infiamma. Siamo tutti come piccoli fiammiferai e raccogliamo le nostre ceneri al risveglio, le portiamo in bagno, le deportiamo altrove aprendo le finestre e facendole fuggire via col vento. Rinasciamo come Fenici, un po’ meno felici, a seconda della nostra destinazione parola questa che non è altro che un amalgama tra maledizione e destino, la nostra fottuta destinazione. O forse tra destino e ostinazione a voler tirare avanti il carro con tutti i buoi e i bui, i momenti scuri con tutte le stelle e le lune ad essi collegati. Quindi è vero che rinasciamo, un po’ come quando a volte moriamo più volte, mormorando le nostre ultime capriole nell’atto di divincolarci dalla vita stessa. Siamo sempre sull’orlo dei merletti e ne vorremo cucire di storie a forma di cuore per un numero infinito. D’altronde ci rendiamo conto, dopo aver fatto ogni minimo calcolo, ci rendiamo il conto esatto, lo scontrino del prezzo e del disprezzo, di quanto ci costa la vita, sicuramente cara come ogni buon giornale ci ricorda adesso che la crisi va per la maggiore. Mai che il male andasse per il minore. Siamo sempre scossi sopra un’onda anomala che ci fa restare fermi, non ci fa andare da nessuna parte. Ma è così a volte che impartiamo le lezioni piuttosto che impararle. Dividere, dividere, dividere.
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La ballata dei notturni
Noi nel buio della notte vediamo più di voi nel sole accecante del giorno
noi che camminiamo con il pensiero lungo le onde del mare delle idee
laddove affondiamo e riemergiamo come divinità nuotatrici
noi che sprofondiamo nelle nostre più torride profondità
per poi risalire a vedere la luce come secchi ripresi da un pozzo
nella nostra pelle bagnata si riflette la luce delle stelle
e sul nostro petto si segna il cerchio della luna come il fuoco
a tutti noi che dormiamo tutto il dì cercando le risposte
a domande che neanche potreste immaginare
noi siamo come ascensori impazziti che scendiamo e risaliamo senza correnti
senza correnti di pensiero da seguire
una stirpe dissacrata e massacrata, una stirpe non troppo sacra
noi che nella notte facciamo ballare le idee in una danza intorno alle tenebre
noi che non siamo orgogliosi della solitudine ma è l’unica su cui possiamo contare.
Ecco, da oggi in poi chiamateci notturni. E noi arriveremo alle vostre case.
La notte sta morendo ed il giorno, si suppone, stia nascendo.
Siamo i notturni nel sole splendente d’estate.
I.
Iniziano a suonare le campane della tua ora. Ti sei appena svegliato e senti un leggero tintinnare nelle orecchie, il letto che dondola leggermente, la tua mente che divaga da un sogno alla realtà e viceversa. Le campane suonano con un eco che si allontana verso il cielo oltre le colline, rimbombando nelle tue orecchie. Ti alzi pelle e ossa, sangue e carne, occhi e cervello verso la doccia, rigorosamente fredda di un’estate folle, dove per via dell’eruzione di un vulcano potrebbe addirittura nevicare a ferragosto. Ma la doccia sarà rigorosamente fredda perché ti senti terribilmente caldo. Hai quelli che si chiamano i bollenti spiriti. E’ vero hai le mani fredde, ma è il cuore che devi raffreddare, quello è caldo. Stai bruciando dentro forse proprio come la tua vita sta bruciando al tuo esterno. Dopo la gioventù, la vecchiaia bruciata. Guardati allo specchio: vedi te o vedi qualcun altro oggi? Di chi sono realmente quegli occhi e quello sguardo distaccato e spento? Non hai acceso lo sguardo questa mattina. Potevi bruciarti un po’ il viso anche. Sei tutto acceso come un fuoco che brucia se stesso e l’ossigeno che lo tiene in vita e così ti spegnerai lentamente. Ma il tuo sguardo è quello spento di sempre. Ci vorrebbe un barlume, un’idea, tu penserai, forse dell’amore, per riaccendere quello sguardo spento. Un po’ di barba sfatta, provi a raderti a brucia pelo. Già, proprio a brucia pelo, perché forse non sai che gli antichi romani usavano farsi la barba bruciandosela con dei carboni accesi quando avevano più fretta, e non avevano paura di scottarsi. Tu ne hai una tremenda vero? Hai una paura tremenda di amare di nuovo. Di scottarti con qualcuno che sia diverso, da lei, da te, da quell’altra ancora che hai posto su un piedistallo di ghiaccio. La regina del ghiaccio. Sì, me la ricordo, la Signora delle Nevi, quella di quel tuo sogno ricorrente. Era quella donna che si presentava a te, mora, con occhi profondi e intensi, nerissimi e tutt’intorno c’era neve bianchissima e che cadeva dal cielo. Quella donna era il tuo buco nero signor A. un buco dove volevi venire risucchiato, come un bambino che vuole tornare nel suo grembo materno. Una sorta di morte al contrario. E’ la solita storia che ci portiamo dietro da secoli. Si entra, si esce, si ama, si odia, ci si accontenta. E soprattutto d’estate, anche senza sole, ci si può scottare facilmente. Anche di se stessi. Prova a guardare più intensamente gli altri, ti accorgerai ad un certo punto che spesso è esattamente come guardarsi in uno specchio e se vi riflettiamo luce, bruciamo. E non sempre è detto che sia l’inferno. Intanto, questa stagione è fredda, freddissima.
E state depressi
Un estate depressa con l’alta pressione che mi preme da lassù nel cielo, il sole costante che mi preme sulla fronte arrossata. Le strade che bruciano assetate di una pioggia che non arriva mai mentre le ombre si stagliano e intagliano lungo le linee dei campi, strane creature costruite dai rami degli alberi le ombre.
Mi adombro sotto i platani, mi ricopro, mi distendo e mi addormento. Le mie idee vagano come mine inesplose in questa estate depressa. Ma c’è alta pressione dicono là dentro ascoltando la TV. Sta toccando a me, sta toccando me.
Il tuo leggero ricordo, il tuo pensiero mi sfiora senza colpirmi, mi lascia una cicatrice.
Dicono che le cicatrici siano gli autografi fatti da Dio sulla nostra pelle, ci segnano come codici a barre, ci segnano l’anima e poi passeremo alla cassa quando moriremo. Sarai per me terra e pace. Dopo questa lunga lunga estate.
Già finita.



