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Il primo giorno dell’anno

Un anno senza braci e senza abbracci, un anno senza fuochi e senza ustionati, la mia pelle è ancora intatta e tesa,

come se dalle mani rivolte verso l’altro esprimessi calore tenue che si alza in alto

fuochi fatui si disperdono lungo il cielo tra l’altro e l’alto

non mi perdo vago oltre senza rompere alcuna breccia nel cuore altrui

innalzo la muraglia di un nuovo anno dove mi arrampico per saltare

perché è comunque altrove che devo stare

un giorno ti raggiungerò ovunque ti saprò riscoprire

per farti una sorpresa saremo ciò che siamo stati da bambini

di nuovo nudi a leccarci la pelle come animali feriti

da una freccia che ha fatto breccia altrove dal cuore

qualcosa che ci ha feriti quasi a morte

oltrepassa questa carne va al di là, in qualche punto dell’ignoto

vaga come un treno, vaga come un vagone di merci contraffatte

sono tutti i baci rubati dell’anno, illegali e sperduti

che finiranno gran parte nell’immondizia

Saprò io cogliere il tuo incontrandolo con le mie mani che aspettano la pioggia?


Il culto dell’illeso

Sono rimasto illeso. Nessuna cucitura intorno al mio volto o sulle braccia, nessun segno sulle gambe o intorno agli occhi se non profondissime occhiaie che mascheravano il buio infinito che si era impossessato della mia anima dopo il crollo avvenuto dopo il decollo. Non bisognerebbe mai fermarsi una volta raggiunta la vetta e bisognerebbe invece continuare a salire, in cielo, continuare con tutte le proprie forze a cercare di volare, di buttarsi. Fu così che ripresi il cuore in mano, e mi accorsi che era l’unico mio organo ricoperto di cuciture e cicatrici, era palpitante, era vivo più che mai nonostante il fatto che ci si potesse aspettare che una volta deceduta l’anima, muoia anche il corpo. No, io avevo troppa passione per morire definitivamente. Dovevo assolutamente donare quel cuore ad un’altra persona. In fin di vita. Un altro cuore infranto, una persona che stesse per morire senza più ossigeno e sangue che venisse pompato al cervello. Il mio compito sarebbe stato quello di sopravvivere solo per il mio cuore, per fare il donatore d’organi a chi come me era sopravvissuto all’incidente più pericoloso che possa capitare nella storia di un uomo: innamorarsi e poi perdere l’oggetto d’amore. L’amore perduto, l’arca dell’alleanza, la sacra sindrome che ci esalta e ci umilia, che fa rinascere e che ci fa morire. Forse avrei dovuto far elevare a religione quello strano culto dell’attrazione, come simbolo sacro un cuore pulsante all’interno di una bacheca di vetro. Un cuore rosso. L’unico cuore che non sarebbe mai stato più donato.
Morire. Rinascere. E’ questa una religione. La nostra religione sono le storie d’amore.
Dopo quel volo capii una cosa fondamentale: che anche la morte si sente sola, ed anche lei, anche lei desidera un bacio da uno sconosciuto. E’ sexy la morte. Quel vedo non vedo. Ah ah ah! Quel sento non sento. Ah ah ah!
Sono forse impazzito, può darsi. Adesso so bene chi amare. Adesso ho capito qual è il culto da seguire. Nessun Cristo per Pietà! No, nessun chiodo, nessuna più sofferenza, nessuno spargimento di sangue ai polsi (hai mai provato a tagliarli per amore?) e nel petto (ti sei mai picchiato fino a farti male?).
E’ il cielo. E’ lo specchio d’acqua in cui m’intravedo d’estate nei miei sogni bagnati. E’ quell’orribile faccia segnata che ti tocca vedere tutte le mattine allo specchio che devi venerare come un Santo. E’ questa la verità. Non c’è nessun altro Dio che te stesso, mi dispiace, è questa l’orribile verità, ed è a tua immagine e somiglianza.
Ma non preoccuparti. Al massimo durerà un centinaio d’anni per i più sfortunati. Tu, al massimo, arriverai intorno ai 38, forse 40 anni. Abbi pietà di te.
Era tempo della cena. E tutti gli invitati furono costretti a ubriacarsi.


Il prestidigitatore

Adesso ti prendo e ti porto via, ti piegherò ai miei voleri come la forza del pensiero farebbe con una forchetta, tu, mia posata, ti apparecchierò dove più mi piace, sul lenzuolo che ho steso sul letto e con le mani da chiro amante ti sfiorerò per toglierti ogni dolore.
Eccomi cara, ecco il tuo mago, il tuo stregone dalla bacchetta magica, adesso faremo la prova di levitazione, oppure se saremo in cucina quella di lievitazione, sarai il mio pane quotidiano e tra le… tue pagine ti leggerò e ti morderò, avrò sempre buone notizie leggendoti nel pensiero, vedremo insieme di imparare anche a indovinare il futuro, guarda le mie carte amore, guarda l’asso nella manica, osserva tutto, osserva i dadi gettati per noi sulla terra a farci dare i numeri per impazzire nelle nostre chiromanzie.
Leggimi, interpretami, curami, fammi sparire nel tuo armadio.
Adesso che arriva tuo marito fammi sparire nel tuo armadio.
Noi poveri scheletri, fantasmi della notte, fuochi fatui.
Fammi sparire nei tuoi reggicalze.
E poi fa sì che con tocco di prestidigitazione rinvenga a te, senza più quei due di picche. Picchiami. Implicati in me. Complicati.
Perché adesso siamo  complici dello stesso reato. Come ladri furtivi nella notte andiamo via. Lasciamo scie di sangue e i nostri odori.
Ci piace delinquere. Amiamo i trucchi di scena e le sparizioni improvvise.
Adesso apri le mani amore, fai una scintilla con le dita, l’ultima sigaretta prima di dormire.

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Killer Romanticism

Il romanticismo mi uccide. I cuoricini che volano in alto nel cielo abbandonano il mio petto e mi rendono meno uomo. Il cuore deve essere ben saldo là dove è stato messo per avere coraggio, forza, passione. La rima uccide l’uomo e lo rende poeta. La rima è un martirio come l’amore sentito di notte tra la luna e le stelle e il riflesso nei tuoi occhi. Non ho le ali per confondermi con il cielo, io sono terra e fango, sangue e melma. Io poserò i miei forti passi lungo il tuo cammino a fianco ma non coglierò fiori per posarli sul tuo seno o farne ghirlande tra i tuoi capelli. Sarò la roccia a cui potrai poggiarti, la montagna che ti riparerà dal vento, il fuoco che ti custodisce d’inverno e la lama che ti proteggerà nel tempo. Non sarò riflesso nell’acqua, rugiada o pioggia che scivola sui vetri, non sarò specchio o lampo nel cielo, sarò invece colui che ti guida nella notte, metafora di luce, sarò le tue braccia e tu sarai il mio sacco da rubare e portare via. Io ladro, malfattore ed esecutore. Ti trascinerò nel mio cammino e ti lascerò andare, ti rapirò e di nuovo ti renderò libera. Sequestratore e ammaestratore. Io il tuo maestro, tu la mia alunna, io il signore tu la dama da vincere senza nessun miele che scivoli troppo sulle nostre bocche, e che la dolcezza sia bandita, io ti possiederò perché tu vorrai essere posseduta. Io il tuo piccolo dio, la grande fermezza, il tuo schiavo, il tuo padrone, tu la mia regina.