E’ già rettiera. In questo modo ha esclamato la prostituta il mattino seguente, dopo che il suo cliente le aveva chiesto: “Voglia di lavorare?” a cui lei rispose: “Saltami addosso!”.
Sono così che alcune notti vanno via per far restare dei giorni che non vanno mai in viaggio, non prendono mai ferie e che alla loro luce sulla sabbia vicino al mare e andando oltre verso gli abissi osserviamo taluni nell’impresa di trafugare montagne di dubbi accatastati uno sull’altro nelle profondità marine mentre vengono vagliati da sommozzatori di idee e cacciatori di brodo primordiale, laddove nacque (e soprattutto annacquò) la prima idea della storia, dove la gallina vecchia, anzi vecchissima venne per la prima volta cotta a puntino. Veniamo dunque da un mare salato come una minestra per poi risalire le colline e andare in montagna ed è questa la vera evoluzione dell’uomo, ci siamo evoluti spostandoci dagli ombrelloni verso gli impianti sciistici e ogni tanto ricompiamo lo stesso tragitto per sentirci di nuovo primitivi. Mai nessuno che voglia salire più in alto e volare, o saltare attraverso gli strali del cielo per giungere ad alternative conclusioni di carattere meteorologico. Al sol pensiero, mi viene in mente che alcune persone sole potrebbero vivere alla luce delle proprie idee, al sol pensiero.
Adesso tira vento e alcuni si tirano indietro, si fanno da parte, si mettono altrove, s’impiccano sui velieri, s’impicciano degli affari degli altri, c’è chi si siede agiato e chi si agita prima di agiarsi di nuovo in panchina, ci sono milioni di persone che vengono stimate in questo paese e altre che non si stimano affatto e soprattutto ci sono migliaia di persone che si sentono sismologicamente dissestate e procedendo verso altri territori troviamo persone dissetate, e qui di nuovo persone sovra-tassate, altrove persone assiderate e altrove altrove persone assetate di acqua, a volte di sangue, in altre volte e in altri archi quel che porta il convento (e non ditemi bambini).
Siamo appesi ad una fune e come funamboli cerchiamo di districarci dai fili tediosi del tempo che ci lega ma non ci porta a nord, insomma è una gran bella ragnatela quella che ci avvolge e semmai provassimo a svolgerla come il nastro delle vecchie cassette magari sentiremmo una melodiosa sinfonia di seta pervaderci la pelle come solo altra pelle sa fare senza strafare. Direi che sia quasi giunta l’ora, di ritorno da una lunghissima vacanza, in cui sia meglio darsi per vivi e non per vinti e ricominciare le proprie lotte intestine, le quali, come sempre, meglio non svolgere in bagno.
Archivi delle etichette: calembour
A rigor di logica (voli pindarici)
Se ci vogliamo, voliamo
Cercando l’inganno nel cassetto dubbio
L’asta si saluta e ti fa fare un salto
Di pala in galera (al fresco)
In fresca ma non rinfresca
Se ne infischia l’arbitro che non fa il monaco
Amaramente amare
Corroborare
Scommetto e corro a barare
Tombale, fare un terno alla lapide,
Tombola
Capita l’antifona, capitombola
Entrare nell’antro della Gioia Illuminami
Ma di mani umiliami
Schiaffeggiami
Forgiami e formaggino
Omaggino alla Gloria
Implora e castiga
Inter – Flora due a uno
il Trino dei desideri
Deridimi desiderandomi
Calpestarsi di colpo Appestarsi
Di fretta, fuggire, affettarsi un ritaglio di orologio
Ora
Et labora.
Non esistere esattamente alle tentazioni
Là, oltre l’almeno, tra campi di mucchi, nella valle del sé, in quella delle lacrime, lardi, nel monte della risata, nella cascata di applausi, lì, nel regno dei gesti praticamente agli antipodi, malaticci, patici, psichici, dove come molte accennato, a cena si mangiano giù i rospi per sputare fuori i principi, nella valle dei Re, soprattutto Mida che d’oro mi tocca, un tocco d’oro, un cocco di mamma, dove si usa il credibile per fare ciò che non si crede, incredibile ma vero, come proprio prendere uno salto in bocca, nella lingua levatrice di punte di saliva e di scesa, lù, dove non ballano i lupi ma cantano le pecore e chi dorme le conta, altrove da noi e ogni altra cosa, qui dunque, dove ci sognamo l’insonnia che ci fa restare a occhi chiusi, come se oggi non fosse sera, e infatti mica è giornata. Qua, come quando risorgono i morti per fare zizzanie in un giardino di cavol fiori, che zucca, che al caldo la mia camera ardente non mi lascia morire abbastanza nelle notti del selciato, o falciato dalla morte. Eppoi al di là di ogni cornetta, il cellulare, figlio di un telefono monozigote, un po’ mignon, un po’ mignott, stando come i casalinghi erotici alle porte delle masse, ma soprattutto delle massaie. Unitemi in gioia senza far di tutta una merenda un pacco a colazione. Sì, va là!
Non sapere se, non sapere quando, non sapere per cui, non sa non dice, tace, acconsente. Si nasconde. Fa, consuma, con matra, Sumatra, Gomorra, Sodoma, le tre arpie, i quattro ladroni, le sette vipere, le ottave nane, cacciatori di affari, pro e contro, procacciatori, contro campo, neutro calciatori, svelate, veline, barconi, fuori come balconi, a lampioni spenti nella notte, dado ma non tratto, liscio ma contundente, come dire carie e vedere dentiera, come sbandierare ai quattro venti, cioè ottanta, se santa mi da tanto mi faccio monaco, se monco non scambio la mano, se scambio la mano non ingrano marcia, poi la solita, quella morta.
Sono ancora vivo e forse non vegeto ma vagito, praticamente bambino, neonato, primavera, estate. Oserei dire pupo, ma pupo bene.
Volevo scrivere un libero arbitrio anzi un libro al brio
Volevo contare alla rovescia ma durante l’acquazzone calcolare l’ammontare delle goccioline d’acqua che risalgono sopra mi era stato impossibile. I contatori dei rovesci si sono rotti. Fuori piove, dentro ho qualche dubbio, da qualche altra parte cadono gocce salate, hanno un prezzo elevatissimo, vengono dall’alto dei cieli per scendere al basso dei piedi, gocce di Chanel, sento il profumo di un numero dev’essere proprio il 5, scarpe inzaccherate e dolce nel piatto, scarpetta inzuccherata o magari a mezzanotte raccoglierò quella di cenerentola, la zucca, zuccosa, succosa, arancione. Fuori piove e dentro ho qualche dubbio.
Volevo scrivere un libero arbitrio anzi un libro al brio e poi anche magari uno al bivio tra l’incrocio di un uomo e una mezza donna sulla strada al confine con i marciapiedi come lucciola defunta, spenta.
Questa è una bozza. A penna fatta con la testa contro un muro di gessetti, a testa ingessata, scritta pop su un muro hip, sono un graffittaro, in fondo sono artista da strada. Uno stradista distratto, volevo essere uno standista alle fiere degli animali, una libera fiera, infuriato come cavallo del West, Wisconsin, Massachussetts e chi più stati ha ne metta per creare un nuovo sogno Americano.
Violentare alti cumulonembi
Un vetro divide l’occhio che vede dalla mano che prende, poi, adagiato su di un pianoforte, ha coinciso col rumore della distrazione di massa, coperto dagli applausi senza mani, come andando in bicicletta da ragazzi.
Nessuno le può asfaltare: cosa sono?
Qualcuno è riuscito a catramarlo: cos’è?
Le razzie di capelli cresciuti, son pari solo alle adozioni della forbice contadina: basta tagliar corto!
L’edema assume un nuovo respiro, le galline saltano, incuranti delle mire anti uovo: non è ancora giorno.
Chi spedisce francobolli lecca le mani dei cani poveri e misura i marciapiedi che separano la via dal ritorno.
(Discorso da impostare appunto.)
Essere celeri sgomenta, essere eroi annerisce, chi di colore perisce di grigio scurisce. Mastica bene, e cerca di scoprire se grandina sotto le porte, i generi più vari sono in agguato, le modiche quantità aumentano, e i più s’accaparrano percentuali divine nel giorno del supplizio. Giudicare è considerato arte, scrivere viene visto come una forma di action petting, ma tanto l’amore non (ci) arriva, la miccia è troppo corta, la polvere è bagnata, e Volfango usa il rollio dell’amaca per addormentare il ventre bambino, senza bisogno di tornare femmina di imprevisto, proprio in quel fango.
Tagli e togli
Le ghigliottine per i colli non vanno bene allo stesso modo per le pianure e quando si vede il bel tempo perdere la testa quando posso di sera il mattino dopo faccio bel tempo alla faccia di chi l’ha persa e si riposa sugli allora inutilmente sperperando denaro al tempo passato come stare alla larga dal capire e mettersi alle strette inconfutabili, come insaziabili predoni dell’anima gretta che s’innalza come ondata di vento folle che mi prende e mi butta via, neanche mi rifiutassi o fossi avanzo nel mio porgermi dinanzi ad un elastico che tenda la situazione fino all’indescrivibile e ci piacerebbe togliere quell’inde per rendere il tutto di nuovo scrivibile, siccome che i pensieri non hanno sbocco neanche dalla muta essenza delle labbra circoscritte delle povere parole che sempre di meno e sempre meno significato appaiono avere. A vere conclusioni non si giunge mai. Proiettarsi su una pagina bianca dopo che tutti hanno già scritto, detto, fatto già tutto, potrebbe di nuovo progettarsi di nuovo? Buttarsi sul foglio. Sinceramente preferirei andare a fitto capo, con la testa distesa direttamente su un’amaca a forma di foglia. Mi detesto. Mi detesto tantissimo. Ma poi di una cosa mi sono sempre chiesto l’essenza: se il mio televisore ha uno schermo piatto lo posso usare in cucina per farci due spaghetti?
I Grandi Suggestionati
E fu così che venni ricoverato al reparto Grandi Suggestionati. Dopo aver suggellato miriadi di stelle nelle nuvole di ghiaccio gelate dei miei sogni sudati la notte, fui preso e portato via con prognosi riservata e malattia molto più estroversa, sparsa ai quattro venti con il cuore surgelato e messo in gelateria per chi come me aveva smesso di leccare grandi dolci, cioccolata e miele. E in tutta la Suggestione il dottore del sogno infranto mi disse che ero terminale e la glassa scivolò via giù dal mio petto, la corazza pian piano si lasciò andare via, calò a picco, mi mise a nudo il corpo e la pelle, sotto un quintale di melassa, volevano farmi affogare tra lo zucchero e i canditi per farmi imparare a nuotare di nuovo con stile libero, di nuovo tornare ad amare, vita morte e miracoli e tutta la sdolcinatezza dell’universo intero.
Dopo dieci giorni le suggestioni persistono, hanno lasciato cicatrici indelebili, ognuno di noi ne porta qualcuna dopo aver superato la soglia di suggestione di terzo grado. Siamo piccoli esseri infiammabili, marchiati a fuoco da eventi e anche da non evidenti eventi.Superata l’ultima soglia scesi in pianterreno, fuori il giardino splendeva verde, il sole in alto giallo come un limone.


