Il becchino, parte seconda

Il becchino è proprio un cascamorto. Gira in città con la faccia da pesce lesso, sempre un po’ stanco, sempre un po’ mezzo morto. Il fine settimana è la sua gloria, si risveglia al mattino con la luce negli occhi, quella che si vede in fondo al tunnel prima di morire. Quando è su di giri non vede stelle o uccellini che gli svolazzano intorno ma vede croci e lapidi che gli girano in tondo davanti agli occhi, croci che poi si trasformano in banconote verdi che brillano. Il becchino sa benissimo come ammazzare il tempo e cerca di farlo in continuazione in modo che poi possa fargli anche il funerale. La notte per lui è magica. E’ in quel momento che si trasforma. Un vero e proprio cascamorto, ogni donna diventa una preda e nessuna di esse ha paura della sua mano morta, nessuna, perché sanno che se la mano è morta è vivo il portafogli e il conto in banca. Non ci sono tempi morti sulla sua auto costata fior fiori di crisantemi gialli, il tempo si ferma, i semafori non si accendono più col rosso. Eccolo, si sfrega le mani e non lo fa per accendere un fuoco fatuo, o magari a volte ne vien fuori uno. Si sfrega le mani e si sfrega anche la mano morta su una banconota da cento. Sì, non c’è nessun dubbio, il becchino è un vero cascamorto.


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Io cammino sul confine immaginario dell’orizzonte

mentre voi, signori spettatori,

mi guardate dalla strada,

cuori appesi ad un sospiro

per paura che io cada

ma il mio equilibrio è in cielo

come i sogni dei poeti, mai potrei viver come voi.


Il solstizio d’inferno

Cade oggi e si fa male. Cade sui tetti come il fuoco del sole, la pioggia di fiamme che ci accende e c’infiamma. Siamo tutti come piccoli fiammiferai e raccogliamo le nostre ceneri al risveglio, le portiamo in bagno, le deportiamo altrove aprendo le finestre e facendole fuggire via col vento. Rinasciamo come Fenici, un po’ meno felici, a seconda della nostra destinazione parola questa che non è altro che un amalgama tra maledizione e destino, la nostra fottuta destinazione. O forse tra destino e ostinazione a voler tirare avanti il carro con tutti i buoi e i bui, i momenti scuri con tutte le stelle e le lune ad essi collegati. Quindi è vero che rinasciamo, un po’ come quando a volte moriamo più volte, mormorando le nostre ultime capriole nell’atto di divincolarci dalla vita stessa. Siamo sempre sull’orlo dei merletti e ne vorremo cucire di storie a forma di cuore per un numero infinito. D’altronde ci rendiamo conto, dopo aver fatto ogni minimo calcolo, ci rendiamo il conto esatto, lo scontrino del prezzo e del disprezzo, di quanto ci costa la vita, sicuramente cara come ogni buon giornale ci ricorda adesso che la crisi va per la maggiore. Mai che il male andasse per il minore. Siamo sempre scossi sopra un’onda anomala che ci fa restare fermi, non ci fa andare da nessuna parte. Ma è così a volte che impartiamo le lezioni piuttosto che impararle. Dividere, dividere, dividere.


Il becchino

Il becchino se ne frega le mani. Quando al mattino spunta il sole sulla sua faccia e di nero si ricopre la piazza il becchino si frega le mani. Il sorriso gli si apre sulla bocca così come gli si apre il portafogli. Il suo sguardo è luminoso. Ruba l’anima e prende via i soldi. Sa che quella sera e quella notte sarà tutta per sé. Padrone del mondo, dentro la sua macchina cabriolet all’ultimo grido. All’ultimo urlo. All’ultimo pianto di morte. Lui si frega le mani e dopo il funerale parte con la cabriolet, ogni strada è sua, ogni angolo, ogni tana,ogni trama della vita altrui. Mentre in paese la madre accende il cero con una brutta cera in volto davanti alla lapide al becchino le guance diventano paonazze di piacere. Per tutta la notte le donne saranno sue, ai suoi piedi, ad ogni suo volere. Prostitute ed escort.  Ogni volta che le campane del paese suonano a morto il becchino si frega le mani.


Memorie: scena finale, “A un passo dall’abisso”

Entra in scena. Prende una lattina di Coca Cola. La apre. Beve un sorso. La poggia sul tavolo. Si sfila la giacca. L’appende alla sedia. Estrae la pistola. La poggia sul tavolo. Poi, prende un diario e una penna. Si siede. Beve un sorso di Coca. Scrive sul diario.

Ad un certo punto legge ciò che scrive:

I giorni sono tutti uguali. Tutti uguali. Tutti in fila come inutili soldatini.

Smette di scrivere. Pausa riflessiva. Dice:

Devo fare qualcosa per cambiare questo schifo.

Allora guarda la pistola. La prende. L’accarezza con cura. Estrae dalla tasca un fazzoletto. La pulisce. Si alza continuando a pulire la pistola. Verifica che sia piuttosto lucida. Ripone in tasca il fazzoletto. Poi, punta la pistola contro lo specchio. Contro il bastardo magnaccia che andrà ad uccidere. Dice:

Eravamo nella casa di campagna di mio zio. Ero poco più che bambino…

Lui ne aveva appena sgozzato uno, proprio davanti ai mie occhi…

il sangue colava sul pavimento e quello sbatteva le zampe avanti e indietro, avanti e indietro…

tum, tum, tum, tum…

Poi, di colpo, ha sbarrato gli occhi. S’è messo a tremare. Le zampe si sono irrigidite.

Mi guardava negli occhi come a dire: Perché mi fate questo?

Perché mi fate questo.

A questo punto, fa una pausa di riflessione. Abbassa l’arma. La rinfodera dietro la schiena. Va verso il tavolo. Dietro la sedia. Si infila la giacca. Mette a posto la sedia. Prende il diario. Lo ripone. Prende la lattina fa un sorso. La poggia sul buffet. Prende una pillola. Fa un sorso.

Poi dice:

Non c’è nessuna differenza tra un uomo e un coniglio, fottono e crepano allo stesso modo.

Fottono e crepano allo stesso modo.

Esce di scena.

 

 


Atto I – Scena V

Entro in scena. Cammino a granchio, un po’ a destra, un po’ a sinistra, indietro e avanti. Mi avvicino al tavolo e ingoio i tranquillanti che vi sono poggiati. Li butto giù con della birra presa da una lattina, mi scuoto la testa e il collo per farli scivolare nello stomaco più rapidamente. Sono a petto nudo, la testa rasata. Prendo la pistola che si trova vicino alla foto della donna di cui mi innamorai e vicino alla Bibbia di cui non ho mai letto una parola.
Mi siedo e inizio a fissare il televisore spento, faccio qualche giochetto con la pistola e ogni tanto mi viene una strana smorfia di sorriso sul volto.
Su quello schermo vedo lei e uno stronzo.
Punto la pistola in alto vicino alla tempia, allungo una gamba fino al televisore, lo butto giù col piede, cade ed esplode in una nuvola di fumo.
Mi alzo, mi guardo allo specchio e dico: “Brutti bastardi”.  Apro la Bibbia, ma non la leggo, non è mai servita a nessuno eppure la mettono in ogni stanza di hotel di tutt’America.
Mi affaccio alla finestra sempre giocherellando con la pistola, sposto le tende. Sono sempre lì quei bastardi con le macchine, sempre lì, eterni, non scompariranno mai. Punto la pistola e faccio finta di tirare un colpo.
Mi pulisco gli stivali e ci lego con dello scotch un coltello affilato all’interno. Potrebbe servire.
Prendo un altro tranquillante ingoiandolo senz’acqua. Dico, dovrei smettere, dovrei irrigidire i muscoli, diventare sveglio, irrobustirmi. Dico che è ora di svegliarsi. Dico che è ora di alzarsi e uscire fuori se voglio ammazzare la gente che ha rovinato questo mondo.

Bang. Bang. Bang.

Lo dico, ma la pistola resta muta.


Istrice

Lampioni e portici
è andata così
piccola istrice
dagli occhi bui

Quel bacio alcolico
rossetto e guai
è stato facile
e non lo è stato mai

Chi ci ricorderà
chi ti farà ridere
per chi ti smarrirai
chi userà lo sguardo tuo
chi lo fa al posto mio
io dove sarò?

Tra il fiume e i portici
già buio alle sei
cuore selvatico
quanti anni hai
“non dirmi amore mai
ma incantami, dai
è così facile”
e non lo è stato mai

Chissà chi pungerai
chi ti farà piangere
chi ti addormenterà
chi userà lo sguardo tuo
chi lo fa al posto mio
io dove sarò?

Nella città che ha il cuore di un istrice
ti cercherò in un traffico di anime qui…

Chi ci ricorderà
chi ti farà ridere
per chi ti smarrirai
chi userà lo sguardo tuo
chi lo fa al posto mio
io dove sarò?


L’idealismo è ciò che precede l’esperienza, il cinismo è ciò che la segue.

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Istinto e caos

Se l’universo è governato dal caos noi dovremmo fonderci in quel caos ed essere il caos stesso. Invece l’uomo ha cercato e tenta in tutti i modi di uscire da quel punto originale e primordiale dell’istinto (che è anche caos). Credo che ognuno di noi dovrebbe tornare a vivere in un proprio fortissimo contatto materiale con la natura stessa. In questi stessi giorni non so cosa darei per stare in un mezzo ad un bosco con pochi cenci addosso e respirare il profumo dell’erba (ehm…), sentire il sole, la pioggia. Dovremmo essere capaci di riscoprire il maschio selvatico che è in ognuno di noi e che la cultura di oggi sta uccidendo. La sofferenza sta nel non riuscire ad esprimere desideri e insoddisfazioni propri dell’uomo più antico in un contesto sociale dove tutto viene censurato.



Intervista V. 2.0

Finalmente sei arrivata. Mi hai sempre fatto aspettare un’eternità e in quell’eternità  ho imparato ad avere paura della solitudine, paura di me stesso. Mi hai insegnato cosa vuol dire essere soli e adesso che siamo insieme ho voglia di andare via magari nel Montana a fare il cowboy, di certo vorrò essere lontano da qui per poterti finalmente dimenticare. Non hai mai saputo apprezzare la mia sensibilità forse il mio unico pregio, la mia capacità di comprendere ciò che hai dentro senza manifestarlo. Difatti però non hai mai sopportato il mio silenzio mentre a volte sai, il silenzio è d’oro e dietro di esso si possono nascondere un milione di parole. Nonostante tutto questo sei sempre stata la persona che ho amato di più e il mio più grande rimpianto è stato quello di perdere l’occasione di farti innamorare. Questa, mia piccola baby,  è una fottutissima ingiustizia da succhiacazzi e come tutte le ingiustizie dell’umanità, un’ingiustizia che mi perseguita così come fa l’indifferenza e l’egoismo di tutti gli uomini e le donne che vivono in questo cazzo di mondo. Mi piacerebbe tornare in quella stanza di hotel dove abbiamo passato le ore più felici assieme. Ore di passione, di delirio dei sensi, di amore selvaggio.  Ma poi, mi ritroverei inevitabilmente al mio lavoro che non sopporto e che ho sempre odiato. Avrei voluto essere un medico o uno psicologo, o perché no, addirittura un chirurgo, per tirarti fuori il cuore, per poterti leggere dentro, per meglio capire anche me stesso. Forse hai ragione: se fossi stato più sincero sarei riuscito a dirti che ti amavo. La sincerità  fa di un uomo, un uomo vero.  E’ inutile adesso che tu ti muova in quella maniera accattivante. Nonostante la sensualità  sia  sempre stato quello che ho apprezzato di più in te, come anche la tua dolcezza adesso è qualcosa che non può più interessarmi. E’ tempo di separarci, voglio andare via di qui, da questo paese, da questa città, da questo Stato. Rifarmi una vita magari con dei mocciosetti che mi ronzano intorno, bang bang! Diventerei un vero cowboy baby. Ma il mio più grande sogno e che resterà tale è quello di riuscire a farti fuori mia bella baby. Proprio oggi, adesso, in questo stesso istante, con questa pistola che ho tra le mani. Ma non ne sarò mai capace, non ne sono mai stato capace né prima, né adesso, né mai. Puoi chiamarmi vigliacco oppure, oppure ti potrei suggerire che in realtà è perché sono un giusto, un fottutissimo “buono”. Ed i “buoni” tu non li hai mai amati. Li hai tutti uccisi dentro.  Ma in me non sei riuscita ad uccidere anche un altro sogno e quello resterà segreto in eterno perché i sogni si realizzano soltanto quando ti svegli ed io, per adesso, preferisco continuare a dormire.  Addio.