Io cammino sul confine immaginario dell’orizzonte
mentre voi, signori spettatori,
mi guardate dalla strada,
cuori appesi ad un sospiro
per paura che io cada
ma il mio equilibrio è in cielo
come i sogni dei poeti, mai potrei viver come voi.
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Il solstizio d’inferno
Cade oggi e si fa male. Cade sui tetti come il fuoco del sole, la pioggia di fiamme che ci accende e c’infiamma. Siamo tutti come piccoli fiammiferai e raccogliamo le nostre ceneri al risveglio, le portiamo in bagno, le deportiamo altrove aprendo le finestre e facendole fuggire via col vento. Rinasciamo come Fenici, un po’ meno felici, a seconda della nostra destinazione parola questa che non è altro che un amalgama tra maledizione e destino, la nostra fottuta destinazione. O forse tra destino e ostinazione a voler tirare avanti il carro con tutti i buoi e i bui, i momenti scuri con tutte le stelle e le lune ad essi collegati. Quindi è vero che rinasciamo, un po’ come quando a volte moriamo più volte, mormorando le nostre ultime capriole nell’atto di divincolarci dalla vita stessa. Siamo sempre sull’orlo dei merletti e ne vorremo cucire di storie a forma di cuore per un numero infinito. D’altronde ci rendiamo conto, dopo aver fatto ogni minimo calcolo, ci rendiamo il conto esatto, lo scontrino del prezzo e del disprezzo, di quanto ci costa la vita, sicuramente cara come ogni buon giornale ci ricorda adesso che la crisi va per la maggiore. Mai che il male andasse per il minore. Siamo sempre scossi sopra un’onda anomala che ci fa restare fermi, non ci fa andare da nessuna parte. Ma è così a volte che impartiamo le lezioni piuttosto che impararle. Dividere, dividere, dividere.
Istinto e caos
Se l’universo è governato dal caos noi dovremmo fonderci in quel caos ed essere il caos stesso. Invece l’uomo ha cercato e tenta in tutti i modi di uscire da quel punto originale e primordiale dell’istinto (che è anche caos). Credo che ognuno di noi dovrebbe tornare a vivere in un proprio fortissimo contatto materiale con la natura stessa. In questi stessi giorni non so cosa darei per stare in un mezzo ad un bosco con pochi cenci addosso e respirare il profumo dell’erba (ehm…), sentire il sole, la pioggia. Dovremmo essere capaci di riscoprire il maschio selvatico che è in ognuno di noi e che la cultura di oggi sta uccidendo. La sofferenza sta nel non riuscire ad esprimere desideri e insoddisfazioni propri dell’uomo più antico in un contesto sociale dove tutto viene censurato.
Intervista V. 2.0
Finalmente sei arrivata. Mi hai sempre fatto aspettare un’eternità e in quell’eternità ho imparato ad avere paura della solitudine, paura di me stesso. Mi hai insegnato cosa vuol dire essere soli e adesso che siamo insieme ho voglia di andare via magari nel Montana a fare il cowboy, di certo vorrò essere lontano da qui per poterti finalmente dimenticare. Non hai mai saputo apprezzare la mia sensibilità forse il mio unico pregio, la mia capacità di comprendere ciò che hai dentro senza manifestarlo. Difatti però non hai mai sopportato il mio silenzio mentre a volte sai, il silenzio è d’oro e dietro di esso si possono nascondere un milione di parole. Nonostante tutto questo sei sempre stata la persona che ho amato di più e il mio più grande rimpianto è stato quello di perdere l’occasione di farti innamorare. Questa, mia piccola baby, è una fottutissima ingiustizia da succhiacazzi e come tutte le ingiustizie dell’umanità, un’ingiustizia che mi perseguita così come fa l’indifferenza e l’egoismo di tutti gli uomini e le donne che vivono in questo cazzo di mondo. Mi piacerebbe tornare in quella stanza di hotel dove abbiamo passato le ore più felici assieme. Ore di passione, di delirio dei sensi, di amore selvaggio. Ma poi, mi ritroverei inevitabilmente al mio lavoro che non sopporto e che ho sempre odiato. Avrei voluto essere un medico o uno psicologo, o perché no, addirittura un chirurgo, per tirarti fuori il cuore, per poterti leggere dentro, per meglio capire anche me stesso. Forse hai ragione: se fossi stato più sincero sarei riuscito a dirti che ti amavo. La sincerità fa di un uomo, un uomo vero. E’ inutile adesso che tu ti muova in quella maniera accattivante. Nonostante la sensualità sia sempre stato quello che ho apprezzato di più in te, come anche la tua dolcezza adesso è qualcosa che non può più interessarmi. E’ tempo di separarci, voglio andare via di qui, da questo paese, da questa città, da questo Stato. Rifarmi una vita magari con dei mocciosetti che mi ronzano intorno, bang bang! Diventerei un vero cowboy baby. Ma il mio più grande sogno e che resterà tale è quello di riuscire a farti fuori mia bella baby. Proprio oggi, adesso, in questo stesso istante, con questa pistola che ho tra le mani. Ma non ne sarò mai capace, non ne sono mai stato capace né prima, né adesso, né mai. Puoi chiamarmi vigliacco oppure, oppure ti potrei suggerire che in realtà è perché sono un giusto, un fottutissimo “buono”. Ed i “buoni” tu non li hai mai amati. Li hai tutti uccisi dentro. Ma in me non sei riuscita ad uccidere anche un altro sogno e quello resterà segreto in eterno perché i sogni si realizzano soltanto quando ti svegli ed io, per adesso, preferisco continuare a dormire. Addio.
Il maschio ha paura
Un’auto corre sull’autostrada, veloce ma non troppo. L’uomo al volante non è un guidatore spericolato. Va al lavoro: a visitare lo stabilimento che dirige, o ad un appuntamento d’affari. D’improvviso vede dinanzi a sé un muro, un grande muro di cemento. Non ha neppure il tempo di chiedersi come mai sia lì, quando l’abbiano costruito. Schiaccia con tutte le sue forze il pedale del freno, cercando di non perdere il controllo della vettura. Si ritrova coperto di sudore freddo, verso il ciglio della strada, fortunosamente evitato da automobili e camion, che lo ingiuriano sorpassandolo.
Questi uomini che si imbattono in un muro immaginario non possono continuare sulla stessa strada: devono accostarsi ai lati, fermarsi a riflettere sul senso e la direzione della loro corsa.
Ma soprattutto la loro allucinazione grida: ho paura. Una tremenda paura di schiantarsi contro qualcosa di durissimo, insormontabile. E tuttavia costruito dall’uomo e dalle sue macchine: un muraglione di cemento.
Questa paura non è altro che la rappresentazione di un’improvvisa impotenza sessuale che getta il maschio nel panico. Poiché non c’è paura senza un senso di impotenza, nei confronti di qualcosa o qualcuno che è più forte di te, impenetrabile dalle tue forze e dai tuoi strumenti, la paura totale. L’uomo è insicuro perché vive nella paura. E’ a quel punto che è assolutamente necessario cambiare strada attraverso un territorio in cui si passa da una condizione umana ad un’altra. In questo caso chi da bambino dipendente diventa uomo. Responsabile di sé.
Punto Omega
Mi allontano così da questo punto vibrante del tempo, dall’attimo che può essere eterno e quindi condurre alla follia. Mi allontano oltre il vago presentimento, quello che viene prima del sentimento, per annullare falsi battiti di cuore e ciglia, racchiudendo il mio me stesso in un punto indefinito, dove l’esercito delle genti sia lontano da me in modo da non esserne più tallonato, controllato a vista come dai balconi, dalle strade ai bordi alti di città dove scattare con la memoria immagini panoramiche di realtà che preferiremmo vedere offuscate da un leggero velo di fumo e incandescenza rossastra. E’ meglio non vederci chiaro quando il sudiciume e la grettezza s’inspessiscono come vermi sul nostro pane quotidiano o su altri cibi da evitare (accuratamente).
Siamo una folla, uno sciame. Viaggiamo in eserciti e una sola bomba non è mai abbastanza. Siamo l’alveare ed ogni casa è il nostro nido ma ci accorgiamo che di fiori dove posarci ce ne sono sempre meno. Così la confusione della tecnologia ci irretisce con i suoi oracoli di guerra senza pace, tra le reti di pensieri tutti uguali uno all’altro, uno dietro l’altro, come catene di montaggio delle stesse idee ripetute per anni e anni. La stessa identica fabbrica delle idee. Siamo i falsificatori e i copiatori, coloro che fanno girare la stessa identica ”notizia” da secoli e millenni. Stiamo per giungere alla rotta di collisione tra il possibile e il poco probabile, il punto di rottura, un salto al di là della nostra stessa biologia.
La vita vera non si può ridurre a parole dette o scritte, nessuno può farlo, mai. La vita vera si svolge quando siamo soli, quando pensiamo, percepiamo, persi nei ricordi, trasognati eppure presenti a noi stessi, gli istanti submicroscopici.
Dezeen » Blog Archive » Il cuore è una pompa by Gianfranco Pampaloni
Dezeen » Blog Archive » Il cuore è una pompa by GianfrancoPampaloni.
Basta, IL CUORE è UNA POMPA!
Per festeggiare la festa degli innamorati, Pampaloni, lo storico argentiere fiorentino propone un’immagine speciale che parla col “cuore”. La vetrina della boutique che si trova a due passi di Via Tornabuoni, in Via Porta Rossa 99 r, colpisce al cuore con una provocazione pulp in chiave ironica, mettendo in vetrina un cuore trafitto da una freccia rigorosamente d’argento, per comunicare il semplice concetto: “Il cuore è una pompa”.
Comunicazioni di inutili servizi
C’è una velocità della vita oggi che viaggia in parallelo alle fibre ottiche e alle connessioni digitali. C’è una velocità della vita che non ci lascia spazio all’interno dello stesso spazio, nel tempo stesso in cui pensiamo un’idea, un’immagine, nel tempo stesso in cui esprimiamo un desiderio. Per sostenere queste altissime velocità il blog a volte diviene lento, forse anche noioso. Quindi questo spazio sarà sempre più desolato (forse per molti anche desolante) e la scrittura che ci fa tanta compagnia sempre più rada e forse rara. Tutto questo per dire che il flusso dei pensieri verrà spesso e volentieri convogliato in nuovi modi e mondi di comunicazione già presenti da tempo sul mio tumblr:
Quando tutto crolla restano i sogni a restare in piedi sulla punta delle nuvole, spaziano tra un orizzonte e un altro, vanno lontano i sogni, svaligiano i cassetti con i nostri desideri come fantasmi che ci derubano delle fantasie per portarle altrove, lungo la linea della fervida immaginazione, scavalcando le onde delle nostre maree cerebrali, dei nostri istinti intimiditi, come una chitarra elettrica ci danno la giusta scossa per smuoverci, vanno forte sulle rotaie sobbalzando nei vagoni dei treni, vagoni carichi di sogni a bidonate.
Il mondo ne è pieno, come della spazzatura di cui non si conosce più il modo di sbarazzarsene, ci vorrebbe una raccolta differenziata anche per i sogni e un disegno per realizzarli senza più doverli accatastare, lassù, nei castelli in aria. Si possono costruire dopo essere stati disegnati, con le nostre stesse mani, essere plasmati, resi vivi vederli crescere come le più delicate e importanti creature che vivono nelle nostre praterie interiori.



